Lo smart working fa risparmiare denaro e CO2: serviva il coronavirus per capirlo?

Il COVID-19 impone una sperimentazione forzata: il lavoro agile è legge da tempo, ma l’Italia snobbava i vantaggi

Il lavoro agile, o smart working, è una soluzione che molte aziende in tutto il mondo hanno già adottato da tempo per ridurre i costi economici e ambientali delle proprie attività. Anche in Italia si contano varie sperimentazioni di successo, ma in generale il nostro Paese arranca, complice anche una mentalità ancora legata ad un tipo di lavoro manuale che richiedeva una presenza indispensabile in azienda, un lavoro che oggi lascia via via il passo ad attività del tutto diverse, gestibili da remoto perché finalizzate alla gestione e all’elaborazione di dati e non alla creazione di prodotti tangibili.

La legge sullo smart working esiste dal 2017

La definizione di smart working è contenuta nel “Jobs Act del lavoro autonomo”, la Legge n. 81/2017: «Una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività». Ai lavoratori agili è garantita la parità di trattamento economico e normativo rispetto a coloro che continuano a lavorare sul luogo di lavoro consueto. La legge c’è, ma il mondo del lavoro nel nostro Paese finora ha faticato a sfruttare questa possibilità.

Lo smart working cresce, ma (troppo) lentamente

Secondo dati diffusi a fine 2019 dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, gli smart workers in Italia aumentano, sono 570 mila. E sono più felici degli altri. Lo smart working è realtà nel 58% delle grandi imprese, ma la sua crescita alla fine dello scorso anno rallentava. Aumenta al 12% tra le PMI, raddoppiano i progetti delle PA (16%), ma con iniziative che ancora coinvolgono un numero limitato di lavoratori.

Ecco perché il commento del direttore dell’Osservatorio Smart Working, Fiorella Crespi, risultava alquanto amaro: «Per praticare davvero lo Smart Working occorre superare l’associazione che sia solo lavoro da remoto, ma interpretarlo come un percorso di trasformazione dell’organizzazione e della modalità di vivere il lavoro da parte delle persone. Sono ancora poche le organizzazioni che lo interpretano come una progettualità completa, che passa anche dal ripensamento degli spazi e da un nuovo modo di lavorare basato sulla fiducia e la collaborazione. Agire sulla flessibilità, responsabilizzazione e autonomia delle persone significa trasformare i lavoratori da ‘dipendenti’ orientati e valutati in base al tempo di lavoro svolto a ‘professionisti responsabili’ focalizzati e valutati in base ai risultati ottenuti.»

La stessa ricerca mostrava che il 76% degli smart workers è soddisfatto del proprio lavoro, contro il 55% degli altri dipendenti. Uno su tre è pienamente coinvolto nella realtà in cui opera, rispetto al 21% di chi lavora in modalità tradizionale. Gli smart workers sono più orgogliosi dell’organizzazione in cui lavorano e desiderano restare più a lungo in azienda. E non è vero che uno smart worker è sottoposto ad una serie infinita di distrazioni: i lavoratori agili sono più capaci di responsabilizzazione rispetto agli obiettivi aziendali e personali, di flessibilità nell’organizzare le attività lavorative e di bilanciare l’uso delle tecnologie digitali con gli strumenti tradizionali di collaborazione, come sottolinea l’Osservatorio.

I benefici dello smart working: più produttività, meno CO2

A gennaio sono stati presentati i risultati di un esperimento interessante condotto dal Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Mantova in collaborazione con Ats, Regione e Comune di Mantova. Per 3 anni 21 imprese e 250 persone sono state coinvolte in progetti di smart working, con risultati notevoli: più tempo per la famiglia, fino a 42 tonnellate di CO2 risparmiate, oltre a un cospicuo risparmio di denaro per lavoratori e aziende. I lavoratori non più costretti a recarsi sul luogo di lavoro hanno guadagnato ben 56 minuti di tempo in media, pari a quasi 45 ore di tempo vita in un anno, che è stato investito per il 69% nella famiglia, nel tempo libero e nello sport, mentre per il restante 31% nel lavoro stesso. Non sono stati percorsi oltre 304mila km e l’aria di Mantova ne ha tratto beneficio. Per assorbire quelle 42 tonnellate di CO2 sarebbe stata necessaria l’attività di 2.792 alberi. Risparmio economico: per gli smart workers, considerati complessivamente, 780mila euro nei 3 anni, una media di 22 euro al giorno a testa tra spese di trasporto, servizi scuola, baby sitting e simili; per le aziende 513 euro all’anno per ogni smart worker, anche grazie alla maggiore concentrazione che si traduce in maggiore produttività.

Coronavirus e smart working

Tutto questo finché non è scattato l’allarme coronavirus, che ha imposto un’accelerazione forzata. Il governo italiano ha incluso lo smart working tra le misure utili a contenere l’epidemia (decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n.6), per velocizzarne l’adozione ha eliminato l’obbligo di accordo tra le parti, delegando la scelta al datore di lavoro; successivamente, ha reso questa modalità obbligatoria per gli uffici pubblici. E così l’Italia si è resa magicamente conto di quanto utile possa essere il lavoro agile e di quanti lavoratori potrebbero svolgere le proprie mansioni senza recarsi in azienda o in ufficio. In questo frangente è un modo di contenere l’epidemia e anche le perdite che risulterebbero da uno stop drastico alle attività lavorative. Sarà, per tutti, una grande lezione.

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Immagine di Armando Tondo

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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Anna Tita Gallo

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Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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