Fermarsi per la morte del padre, Shiffrin rivoluziona lo sport

La sciatrice non gareggia da oltre quindici giorni e non si sa quando rientrerà. È una novità per lo sport professionistico

È difficile procedere a una ricerca dei precedenti in materia. A memoria, nello sport professionistico, non è mai successo quel che sta accadendo con Mikaela Shiffrin. La campionessa di sci alpino – due medaglie d’oro olimpiche, tre coppe del mondo consecutive, cinque ori mondiali a soli 24 anni – è scomparsa dal circo bianco. Si è temporaneamente ritirata per lutto. Lo scorso 3 febbraio, è morto suo padre Jeff. È volato dal tetto di casa e non c’è stato nulla da fare. Da allora, Shiffrin non ha più inforcato gli sci per una gara di Coppa del mondo. Di lei non si hanno notizie ufficiali. Ha saltato due week-end di gare: a Garmish e a Kranjska Gora. La federazione statunitense si limita a scarni comunicati in cui annuncia l’assenza dell’atleta che è tuttora in testa alla classifica generale di Coppa del mondo ma che ovviamente sarebbe scavalcata in caso di prolungata assenza.

La fuoriclasse potrebbe rientrare il prossimo week-end a Crans-Montana dove si disputeranno due libere, uno slalom con relativa combinata. Ma potrebbe anche non rientrare più fino alla fine della stagione. Nessuno sa nulla.

È una situazione nuova per lo sport professionistico. Nel lontano 1992 il calciatore danese Kim Vilfort fu protagonista di una storia straziante. Mentre giocava gli Europei di calcio – la Danimarca fu ripescata per l’esclusione della Jugoslavia in piena guerra – sua figlia combatteva una battaglia ben più importante contro la leucemia. Dopo ogni partita, Vilfort rientrava a casa per starle vicino. Un suo gol decise la finale contro la Germania. Pochi giorni dopo, però, la bambina morì. È una delle storie più tragiche associate allo sport. La vita del calcio professionistico è piane di giocatori che dedicano un gol a un proprio genitore scomparso: da Lampard a Del Piero, ma ce ne sono tanti altri. Più recentemente, il tennista Bautista Agut ha giocato la finale di Coppa Davis pochi giorni dopo la morte del suo genitore: ha abbandonato un paio di giorni la Nazionale e poi è rientrato per giocare la finale contro il Canada.

Il caso Shiffrin rappresenta uno spartiacque. Il famoso “the show must go on” in questa occasione sembra non funzionare. Il lutto familiare, il dolore per la scomparsa dell’amato padre, sopravanzano qualsiasi altra cosa. Mikaela ha fermato il carrozzone degli sponsor e ne è scesa. Si è ritirata nel Colorado e di lei si ha soltanto un post commovente che ha pubblicato sui social. Con i suoi comportamenti la sciatrice ha definito in maniera inequivocabile una gerarchia di valori.

Per ora, la sua decisione viene accettata. Ci chiediamo se continuerà ad essere così in caso di assenza ulteriormente prolungata. E se ci troviamo di fronte a una vicenda ripetibile in altri sport, con altri fuoriclasse.

L’unico esempio che ci viene in mente, non è paragonabile. È il mondiale di Formula Uno del 1976 che James Hunt si aggiudicò approfittando della forzata assenza di Niki Lauda a causa del terribile incidente del Nürburgring. In quel caso, Lauda non poteva gareggiare e quando rientrò, fu lui a decidere di ritirarsi nell’ultimo Gran Premio a causa della fitta pioggia. È un caso di cui ancora si parla, 44 anni dopo. Ha ispirato anche un film. Figuriamoci se Mikaela Shiffrin dovesse perdere una Coppa del mondo già vinta perché sconvolta dall’improvvisa scomparsa del papà. Segnerebbe un prima e un dopo.

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Lutto nel mondo dello sport: è morto Niki Lauda
Il pensiero che guarisce

Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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