Ecoansia, il male del millennio

La preoccupazione estrema per il Pianeta sfocia in attacchi di panico e depressione. Ma c’è un antidoto

Ghiacciai che si sciolgono e sprofondano nell’oceano, specie animali e vegetali scomparse per sempre, città soffocate dallo smog, allagamenti, siccità, invasioni di insetti, sovrappopolazione, migrazioni, raccolti a rischio, incertezza e buio totale se si pensa al futuro. Il tutto aggravato dalla consapevolezza di avere a disposizione un tempo limitatissimo – una decina di anni – per provare ad arrestare il surriscaldamento globale, ammesso che sia possibile. Ma questo richiede uno sforzo di tutti; e quei tutti sembrano spesso immobili. È un chiodo fisso, un pensiero che non si riesce a scacciare dalla mente. La chiamano “ecoansia”. Deriva dal continuo riflettere sulla drammaticità del futuro che ci attende. È un senso di angoscia e di impotenza perenne, che può sfociare in attacchi di panico e persino depressione. Il male del millennio è l’ansia per il Pianeta che soffre.

I giovani sono più ecoansiosi

“I cambiamenti climatici mettono a rischio la salute mentale”, titolava nel 2016 un articolo dell’American Psychological Association, che riprendeva i risultati di un report federale sul tema, uno dei primi nei quali si analizzava la correlazione tra crisi climatica e ansia. Uno studio più recente mostra che sono soprattutto i giovani-adulti a provare ecoansia: il 47% di chi ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni afferma che lo stress provocato dai cambiamenti climatici in atto influenza la sua vita quotidiana, mentre due terzi della fascia più adulta afferma di provare comunque un minimo di ecoansia.

Spesso ci si concentra su come le città debbano diventare resilienti, sulle strategie di mitigazione e adattamento migliori da adottare, ci si focalizza cioè su ciò che accade all’esterno dell’essere umano; ma anche la mente umana va aiutata. Abbiamo trovato un termine per indicare questo stato di preoccupazione costante, che può portare alla frustrazione, alla convinzione che tutto sia perduto per sempre; ma la soluzione per non farsi schiacciare dalle preoccupazioni è del tutto personale.

Negare per salvarsi

Alcuni individui affermano di non voler mettere al mondo figli in un Pianeta destinato alla fine, o in cui la sovrappopolazione e la mancanza di risorse uccideranno la specie umana, insieme ai mutamenti climatici. In altri soggetti prevalgono meccanismi di difesa non intenzionali, tipici dell’essere umano, che li portano ad ignorare la crisi climatica e ogni notizia che possa turbarli: in questi casi si può sfociare nel negazionismo, nel rifiuto di accettare la realtà, nella scelta di non interessarsene, nella distorsione delle informazioni ricevute, nell’attribuzione di responsabilità ad altri, nella non azione.

Agire per salvarsi

In altri soggetti invece scattano meccanismi opposti. L’ecoansia porta a concentrarsi proprio sulle informazioni che la generano e a volerne raccogliere una quantità sempre maggiore. È un tipo di reazione diversa, in generale positiva di fronte alla gravità della situazione, che porta a prenderne consapevolezza e a voler tornare in connessione con la natura, con il Pianeta e anche con le proprie emozioni. Il passo successivo è agire, pur sentendosi impotenti e di fronte ad una sfida che dovrebbe essere non del singolo ma dell’umanità intera. L’antidoto è l’attivismo, quello dei Fridays for Future lo testimonia.

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Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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Anna Tita Gallo

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Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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